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17/03/2006
Questo breve post semplicemente per avvertirvi del trasferimento del blog su un nuovo server. Troverete "Deliri di un vecchio giovane", d'ora in poi, all'indirizzo http://bill.bzaar.net/blog/ . Aggiornate quindi i vostri bookmark!
Un saluto e buona lettura anche dall'altra parte. 
15/03/2006
The World's Fastest Indian racconta la storia vera di Burt Munro, neozelandese che ha passato anni a ricostruire una vecchia motocicletta Indian del 1920, con l'obiettivo di battere il record assoluto di velocità, fatto accaduto realmente negli USA, in Utah, sul Gran Lago Salato nel 1967. A vestire i panni di Munro, in questa pellicola diretta da Roger Donaldson (Il Bounty, Senza Via di Scampo, Thirteen Days), c'è Anthony Hopkins, in ruolo che lo vede finalmente, dopo anni, mostrare tutta la sua bravura. Peccato che il film, a me, non sia molto piaciuto. Il ritmo troppo lento e l'eccessiva lunghezza (personalmente avrei sforbiciato almeno un quarto d'ora) lo rendono piuttosto pesante, la colonna sonora (e non parlo di canzoni, ma di musiche)sembra presa di peso da altri film e la recitazione degli altri attori non è all'altezza di quella del protagonista. La regia e la sceneggiatura di Donaldson non sono invece affatto male e consentono alla pellicola di aggiudicarsi almeno la sufficienza. Poteva essere meglio. 
Io, con i musical, ho un rapporto di amore/odio. Ce ne sono alcuni che amo (Moulin Rouge su tutti), altri che ho apprezzato pur senza esaltarmi (Evita, di cui per una ragione inspiegabile, pur avendolo visto solo una volta, conosco a memoria almeno metà delle canzoni. Misteri della mente umana...) ed altri che invece ho totalmente detestato (Chicago e Il Fantasma dell'Opera). Rent, tratto da uno spettacolo, vincitore del Pulitzer e del Tony Award, che riempie i teatri di Broadway ormai da una decina di anni, si colloca nella categoria centrale. Primo film di Chris Columbus dopo i due Harry Potter, prodotto da Robert de Niro (il progetto è stato sotto gli occhi, in passato, di registi come Spike Lee e Baz Luhrmann), il musical, fortemente ispirato alla Boheme di Puccini, racconta la storia di un gruppo di giovani bohemienne che vivono in un quartiere di New York, e si centra su due di loro: il primo, Roger, è stato reso apatico dalla vita, mentre il secondo, Mark, sta tentando di esorcizzare questa tragedia facendola diventare un film. Amore, temi di attualità ed AIDS sono i binari su cui si muove il musical (la presenza dell'AIDS denota che il concept non è proprio recentissimo). Come già accennato prima, non mi è affatto dispiaciuto: la regia di Columbus si dimostra efficace anche nelle sequenze più difficili, il cast (che è in gran parte quello della versione teatrale), di cui fanno parte anche nomi noti come Taye Diggs e Rosario Dawson, se la cava bene sia con la recitazione che con il canto e la colonna sonora è ottima. I difetti sono da ricercare nella lunghezza eccessiva e nel fatto che la storia tenda ad essere un po' troppo farraginosa in svariate situazioni. Nonostante ciò, anche in questo caso, la sufficienza c'è. Da guardare se amate il genere. 
13/03/2006
Thriller soprannaturale senza arte nè parte uscito solo in home video, The Dark fa parte di quella categoria di film che amo definire "uno spreco di pellicola". Diretta dal canadese John Fawcett, regista di quel discreto horror che è Ginger Snaps, la pellicola è la storia di due coniugi, interpretati da Sean Bean e Maria Bello (quindi, non proprio gli ultimi arrivati) che vengono perseguitati, in seguito alla morte della figlia per annegamento, dal fantasma di una bambina morta 60 anni prima, che però assomiglia in modo straordinario alla loro piccola. La recitazione è l'unica cosa che si salva di questo film, decisamente mediocre sotto tutti gli altri punti di vista, regia e sceneggiatura in primis. Viene da chiedersi cosa abbia spinto i due protagonisti a recitare (il budget è molto basso, per cui si presume che la scelta non sia stata dettata da ragioni di carattere economico) in una pellicola di questo genere. Da evitare. 
Vincitore, la scorsa settimana, del premio Oscar come miglior film straniero, Tsotsi è, a parer mio, un film comunque bello, ma inferiore ad altre delle pellicole candidate. La quarta opera del sudafricano Gavin Hood è la storia di un giovane, rimasto orfano a nove anni, che è costretto a lottare e combattere nella dura realtà dei bassifondi di Johannesburg per raggiungere sano e salvo l'età adulta. Un inaspettato incidente seguito dal rapimento di un bambino lo porteranno a confrontarsi con i demoni del suo passato e con quello che lo aspetta in futuro. Un film molto realistico, che illustra quanto possa essere duro vivere in certi ambienti e che racconta una storia che potrebbe anche essere realmente accaduta. Molto bravo il cast, composto perlopiù da attori dilettanti, non male la regia, buona la sceneggiatura (ispirata ad un libro di Athol Fugard). Da vedere. 
11/03/2006
Atipico action movie, almeno apparentemente, prodotto e scritto da Luc Besson, Bandidas è un film dalle ottime potenzialità che però tende ad afflosciarsi a causa di svariati problemi. La storia è quella di due donne molto diverse tra loro che, nel vecchio Messico, decidono di diventare rapinatrici di banche nel tentativo di combattere il personaggio che sta tentando di mettere a fuoco la loro città. Ho parlato di "atipicità" all'inizio proprio perchè è raro vedere un western/buddy movie simile che ha come protagoniste delle donne. Il problema è che questo non modifica di molto la struttura del film, che risulta alquanto prevedibile ed ovvio, pur divertendo abbastanza in alcune scene (come quella del tentativo di "seduzione" nel bordello da parte delle due protagoniste). Salma Hayek e Penelope Cruz dimostrano di essere un'ottima coppia, affiancate da uno Steve Zahn piuttosto scialbo e da un buon Dwight Yoakam (che interpreta il cattivo). La regia dei due danesi Joachim Roenning ed Espen Sandberg è piuttosto confusionaria (una delle scene finali è girata in maniera davvero tremenda) e lo script, come già detto, non brilla per originalità. Al contrario, la fotografia e la colonna sonora (la prima è di Thierry Arbogast, la seconda di Eric Serra, due storici collaboratori di Besson) sono invece molto belle, ma non migliorano più di tanto il giudizio del film. Carino, ma decisamente evitabile. 
Joyeux Noël è invece un'intensa co-produzione francoanglotedesca, dal costo non indifferente (più di 20 milioni di dollari) che racconta di un evento realmente accaduto durante il corso della Prima Guerra Mondiale. La notte della vigilia di Natale del 1914 si verificò infatti una tregua momentanea tra le truppe inglesi, francesi e tedesche, durante la quale i vari componenti fecero amicizia e passarono in serenità quel breve intervallo di tempo, tornando a combattere, purtroppo, poco dopo. Il film si incentra chiaramente su alcuni personaggi e fa capire l'assurdità di quegli eventi chiamati guerre, in cui i soldati, spesso, non sono altro che pedine nelle mani di chi comanda. La pellicola, parlata in tre lingue (a quanto ho sentito, nella versione italiana è stato tutto doppiato, come al solito, cosa che denota scarsissimo rispetto verso chi ha realizzato il film e non permette allo spettatore di capire le difficoltà di comunicazione tra i vari personaggi) è ben diretta dal semi-sconosciuto Christian Carion ed interpretata da un ottimo cast, i cui nomi più noti sono senza dubbio quelli di Diane Kruger (la bellissima protagonista di Troy e Il Mistero dei Templari), Benno Fürmann (svariati film tedeschi, tra cui Anatomy e La Principessa e il Guerriero), Guillaume Canet (The Beach) e Gary Lewis (Billy Elliott). Un film molto bello, che avrebbe dovuto, secondo me, vincere l'Oscar come miglior film straniero (ho visto anche Tsotsi ieri, che non è male, pur essendo a parer mio inferiore alla pellicola di Carion). Straconsigliato, ma solo in lingua originale. 
09/03/2006
Storia di quella che si potrebbe definire una "dysfunctional family", Bee Season (purtroppo non ricordo il titolo italiano) è un film molto diverso dal precedente della coppia di registi Scott McGehee e David Siegel, quell'ottimo thriller che risponde al nome di I Segreti del Lago. Questo è infatti un drammone familiare, che vede Richard Gere e Juliette Binoche nei panni di una coppia, sposata e con due figli, uno adolescente e l'altra 11enne. L'inaspettata vittoria di quest'ultima ad un concorso di spelling (tradizione tipica americana) distrugge l'apparente equilibrio della famiglia, che si ritrova così a dover affrontare una terribile crisi. Una critica che si può muovere al film è la mancanza di originalità. Abbiamo già visto moltissime volte, forse troppe, storie simili. Nonostante ciò, la pellicola si lascia guardare (anche per via della non eccessiva lunghezza), gli attori se la cavano bene (molto bravi Max Minghella, figlio del regista Anthony e la piccola Flora Cross, che interpretano i due figli) ed il risultato finale è discreto, senza infamia e senza lode. Da guardare solo se amate il genere. 
The Prize Winner of Defiance, Ohio è invece uno strano film "indie". Strano sia perchè è prodotto da una major (i soldi ce li ha messi la Dreamworks, che lo ha distribuito solo in una manciata di sale negli USA, come accade per le pellicole di nicchia), che per la storia, ispirata a fatti realmente accaduti, quella di una madre che, negli anni '50, per sostentare e mantenere la sua famiglia, un marito e ben dieci figli, si iscrive ad un concorso a premi e comincia a vincere, entrando in una spirale che li metterà spesso nei guai, dai quali però riusciranno sempre ad uscire. Sono la sempre brava Julianne Moore e Woody Harrelson i protagonisti di questa "dramedy" ben recitata e dotata di dialoghi frizzanti. Il film, purtroppo, è originale solo in apparenza, visto che alla fine si va a sbattere sempre sui tipici problemi familiari, tema tipico del cinema hollywoodiano e non dalla notte dei tempi. Anche in questo caso, il risultato finale è discreto, senza infamia e senza lode. Se apprezzate Julianne Moore e la pellicola dovesse arrivare pure da queste parti, un'occhiata dategliela. 
07/03/2006
Enron: The Smartest Guys in the Room è un interessante documentario su quello che è stato il più grande crack finanziario della storia americana. Quello di Enron, appunto, azienda multiutility che forniva energia di vario genere ad aziende e privati americani e che, tra la fine del 2001 e l'inizio del 2002, ha lasciato sul lastrico dipendenti e risparmiatori, con un disastro che ha avuto ripercussioni immediate sull'economia americana. Il film ci mostra quello che è successo realmente, gli intrighi e le connessioni con la politica degli esponenti più di spicco della società e del loro "piano" per spillare quanti più soldi a coloro che avevano deciso di investire i loro risparmi di una vita nelle azioni dell'azienda. Un lavoro davvero di ottima caratura, che non risulta nemmeno noioso per l'approccio quasi ironico, in svariati momenti, adottato dal regista (anche se la noia, in un documentario, dovrebbe essere l'ultima cosa da considerare). Da vedere. A quando un'opera del genere sui crack Parmalat e Cirio (domanda retorica)? 
The Proposition è invece un atipico western di produzione angloaustraliana, scritto dal grande Nick Cave e diretto dal regista di molti dei suoi video musicali, John Hillcoat. La storia, ambientata in Australia alla fine del 1800, è quella di due fuorilegge che, dopo aver violentato una famiglia di coloni, vengono arrestati dallo "sceriffo locale," il quale propone ad uno di loro di uccidere, se non vuole essere impiccato, il loro terzo fratello, capo della banda. La decisione avrà ripercussioni su tutti, sia dalla parte del tutore della legge che da quella dei criminali. Un cast piuttosto nutrito, di cui fanno parte Guy Pearce, Ray Winstone, David Wenham, Emily Watson e John Hurt, interpreta con perizia questa pellicola, che può contare anche su una meravigliosa fotografia, una sceneggiatura davvero eccezionale (Cave firma, ovviamente, anche la colonna sonora) ed un'ottima regia. Non amo il genere, ma devo dire che il film merita davvero di essere visto. 
05/03/2006
Uwe Boll comincia a fare progressi. Per carità, sono minimi, non vi preoccupate. Io personalmente non ho problemi da dire che i primi 10 minuti di BloodRayne, pellicola che l'Ed Wood dei nostri giorni ha libertamente tratto dall'omonimo videogioco targato Majesco, sono guardabili, ma alla comparsa di Billy Zane, il film sprofonda nel baratro. La storia, ambientata nella Romania del 18° secolo, è quella di Rayne, bellissima metà umana e metà vampira, che intende, con l'aiuto di una coppia di cacciatori di non-morti, vendicare la morte della madre, avvenuta per mano di Kagan, signore dei vampiri e padre della ragazza. Il film è il solito di Boll: regia inguardabile, sceneggiatura (di Guinevere Turner, autrice di quella di American Psycho) che peggio di così non si può, recitazione al minimo sindacale, effetti speciali ultra-cheap e così via dicendo. Il cast è pure più nutrito del solito: ci sono Kristanna Loken, Ben Kingsley (che sta inanellando una schifezza dopo l'altra), Michael Madsen (Tarantino dove sei), Michelle Rodriguez (pre-Lost), Matthew Davis, Billy Zane, Meat Loaf (David Fincher dove sei) ed il redivivo Michael Parè (protagonista, assieme ad un altro desaparecido, Michael Dudikoff, di molti di quei film che andavano parecchio su Italia 1 fino a qualche anno fa). Tra le altre cose ridicole, vanno segnalate una scena di sesso girata in maniera anti-filmica (mi va bene tutto, però le tette si leccano... non si succhiano), sequenze di combattimento che avrei girato meglio io ed altre cose che non vi voglio dire. Guardatelo solo se avete voglia di farvi due risate. 
03/03/2006
Opera prima dello sceneggiatore americano Adam Rapp, Winter Passing è un film molto intimista, a bassissimo budget, con un cast davvero eccezionale. La storia è quella di una giovane attrice, a cui un editore ha offerto una somma piuttosto importante per poter pubblicare le lettere che suo padre, un romanziere piuttosto noto, aveva scritto alla moglie, morta da tempo. La ragazza torna così a casa, in Michigan, per scoprire che il padre, la cui salute non è delle migliori, ha accolto in casa una ex-studentessa ed un aspirante musicista, preoccupandosi molto più di loro che di sè stesso. Sono Zooey Deschanel (Guida Galattica per gli Autostoppisti), Ed Harris ed un inedito Will Ferrell (molto efficace anche in questo ruolo drammatico) i protagonisti di questa storia familiare che mette a confronto due generazioni diverse, due modi diversi di vivere la vita. Ottima recitazione da parte del cast, non male nemmeno la sceneggiatura ed un po' sotto tono la regia. Se mai dovesse uscire da queste parti, un'occhiata dategliela. 
Vincent Ward è un cineasta piuttosto complicato. Nella sua carriera più che ventennale, il regista neozelandese ha infatti diretto solo cinque film, tutti molto visionari (la sua opera più commerciale, Al di Là dei Sogni, è a dir poco clamoroso dal punto di vista visivo). Il suo ultimo lavoro, River Queen, progetto a cui andava dietro ormai da diverso tempo, è un po' più "normale" degli altri. Un film, ambientato intorno al 1860, che mi ha ricordato molto L'Ultimo dei Mohicani, che è la storia di una giovane irlandese che si ritrova in mezzo ad una turbulenta guerra tra Maori ed Inglesi durante il tentativo di colonizzazione della Nuova Zelanda da parte di questi ultimi. Una pellicola che ha sicuramente un certo potenziale commerciale, un "epic movie" che oltre ad essere molto ben recitato dal cast, guidato dalla bravissima Samantha Morton, affiancata da un inedito Kiefer Sutherland (in un ruolo lontanissimo da quello in cui siamo abituati a vederlo in TV ormai da cinque anni), da Stephen Rea, Cliff Curtis e Temuera Morrison, può contare su una ricerca visiva non da poco. Merito di Ward ma anche del direttore della fotografia Alun Bollinger, che hanno optato per una scelta cromatica piuttosto vibrante, che colpisce e fa rimanere molte delle immagini in testa. I problemi più grossi del film, purtroppo, sono a livello di sceneggiatura e regia: quest'ultima è piuttosto banale in alcuni punti, mentre lo script è un po' troppo frammentario, risultando anche abbastanza caotico in certi frangenti. Nonostante ciò, la pellicola merita e non poco. Da vedere. 
01/03/2006
Non ho una grande stima per Jaume Balaguerò, il regista spagnolo che è diventato noto nel mondo degli horror/thriller con film come Nameless e Darkness. I suoi ultimi lavori, le due pellicole appena menzionate, lasciavano piuttosto a desiderare, al contrario di questo Fragile che, pur non essendo eccelso, riesce a convincere un po' più del solito. La storia è quella di un'infermiera che, appena giunta in un ospedale pediatrico abbandonato sull'isola di Wight, si ritrova a scoprire che i suoi piccoli assistiti sono un po' particolari e sul loro comportamento ha influenza una stranissima presenza all'interno dell'edificio. Sono Calista Flockhart (Ally McBeal) e Richard Roxburgh (Moulin Rouge) i due protagonisti di questo thriller che, per merito di una discreta sceneggiatura, riesce a non sbracare completamente. La regia è, incredibilmente, buona: l'atmosfera è notevole, (la colonna sonora contribuisce moltissimo a crearla); il finale poco prevedibile ed abbastanza efficace. Senza infamia e senza lode. Se amate il genere, un'occhiata dategliela. 
Dopo aver esordito col botto con Cruel Intentions, remake giovanil-moderno di Le Relazioni Pericolose, Roger Kumble non ha più saputo ripetersi (meglio stendere un velo pietoso sul sequel direct-to-video della sua opera prima). Il suo secondo lavoro cinematografico, La Cosa Più Dolce, era un film davvero brutto, mentre questa terza pellicola, Just Friends, riesce a salvarsi in corner, pur essendo una commedia molto classica con inevitabile lieto fine. La storia è quella di Chris Brander, ragazzo grasso e timido innamorato della sua bellissima compagna di scuola, Jamie, la quale però lo considera solamente come un amico (per ovvi motivi). Diversi anni dopo, Chris, diventato produttore discografico di successo, completamente cambiato nell'aspetto, bramato da tutte le starlette e le pop-star, decide di tornare da Los Angeles nella sua piccola cittadina natale, dove incontrerà nuovamente la ragazza e cercherà di conquistarla. Inutile dirvi come va a finire. Come vedete, di originale non c'è molto: è divertente però vedere Ryan Reynolds, truccato per risultare piuttosto ciccione, cantare la stupenda I Swear degli All-4-One (la scena si vede anche nel trailer) ed è interessante anche la trasformazione del personaggio. Sia Amy Smart (Jamie) che Anna Faris (personaggio totalmente inutile, secondo me) lasciano piuttosto a desiderare, mentre i comprimari maschili, Chris Klein e Chris Marquette, sono decisamente più in parte. Si ridacchia a fasi alterne, il finale è ovviamente ultra-zuccheroso, tecnicamente non è nulla di che, ma si lascia guardare. Anche in questo caso, alla sufficienza ci si arriva. 
27/02/2006
Ogni tanto mi capita di andare a recuperare film estremamente sconosciuti, i quali sono stati apprezzati però dalla critica ai vari festival in cui sono stati proiettati. Mi chiedo cosa gli esperti abbiano trovato di così interessante in Lie with Me, pellicola diretta dal giamaicano(!) Clement Virgo ed interpretata da Eric Balfour (Milo in 24, il fratello di Ryan della prima serie di The O.C., il co-protagonista del remake di Non Aprite Quella Porta) e Lauren Lee Smith (The L Word). La storia, degna di un porno almeno nella parte iniziale, è quella di una ragazza, ninfomane, che fa conoscenza con un ragazzo, per cui prova un'attrazione istantanea. La relazione tra i due comincia a svilupparsi e si ha l'impressione che il ragazzo, che vive il sesso come deve essere, come un momento emozionale, stia tentando di "redimere" la ragazza e guarirla dalla malattia. I due protagonisti sono piuttosto bravi, l'ambientazione è azzeccata, le scene di sesso (non saprei dire se simulate o no), girate molto bene, sono piuttosto esplicite, ma mai eccessivamente volgari (il regista non si fa comunque problemi a mostrare sia gli organi sessuali femminili che quelli maschili). Qual è il problema del film? Come dicevo l'altro giorno parlando di London, ci si chiede quale sia il punto, quali siano la morale e il significato che la pellicola vuole esprimere, perchè io francamente l'ho trovato decisamente incentrato sul nulla. Ed è questo che non me l'ha fatto piacere.
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